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“Figlie del mare” di Mary Lynn Bracht

Dettagli Prodotto:

Titolo: Figlie del mare
Data uscita: 2018
Autore: Mary Lynn Bracht
Pagine: 288
Formato: E-Book e Cartaceo
Editore: Longanesi
Collana:
Prezzo: 1,99€ e-book / 17,67€  versione cartacea

Link d’acquisto:

Sinossi:

Corea, 1943. Per la sedicenne Hana sapere immergersi nelle acque del mare è un dono, un antico rito che si trasmette di madre in figlia. Nel buio profondo delle acque, è solo il battito del cuore che pulsa nelle orecchie a guidarla sino al fondale, in cerca di conchiglie e molluschi che Hana andrà a vendere al mercato insieme alle altre donne del villaggio. Donne fiere e indipendenti, dedite per tutta la vita a un’attività preclusa agli uomini.
Nata e cresciuta sotto il dominio giapponese, Hana ha un’amatissima sorella minore, Emi, con cui presto condividerà il lavoro in mare. Ma i suoi sogni si infrangono il giorno in cui, per salvare la sorella da un destino atroce, Hana viene catturata dai soldati giapponesi e deportata in Manciuria, dove verrà imprigionata in una casa chiusa gestita dall’esercito.
Ma una figlia del mare non si arrende, e anche se tutto sembra volerla ferire a morte, Hana sogna di tornare libera.
Corea del Sud, 2011. Arrivata intorno agli ottant’anni, Emi non ha ancora trovato pace: il sacrificio della sorella è un peso sul cuore che l’ha accompagnata tutta la vita. I suoi figli vivono un’esistenza serena e, dopo tante sofferenze, il suo Paese è in pace. Ma lei non vuole e non può dimenticare…
In Figlie del mare rivive un episodio che la Storia ha rimosso: una pagina terribile che si è consumata sulla pelle di intere generazioni di giovani donne coreane. E insieme vive la storia di due sorelle, il cui amore resiste e lotta nonostante gli orrori della guerra, la violenza degli uomini, il silenzio di oltre mezzo secolo finalmente rotto dal coraggio femminile.

Recensione a cura di Deborah con l’acca:

Oggi vi parlo di un libro meraviglioso, un libro che sono certa, a lettura conclusa vi mancherà da morire.

Per parlarvi di questo libro, inizio col spiegarvi il contesto storico in cui è ambientato, un capitolo di storia di cui si fa appena cenno nei libri di scuola, e che personalmente non conoscevo, e che ho approfondito a lettura conclusa.

Siamo in Corea, è il 1943 ed è in corso la colonizzazione della Corea da parte del Giappone. Sotto il dominio giapponese migliaia di donne coreane, a volte poco più che bambine vengono rapite dall’esercito ed obbligate a diventare schiave sessuali per i militari, diventando le cosiddette “donne di conforto”. Sono donne a cui viene tolto tutto, il rispetto, l’identità e la vita. Pochissime di queste donne sopravviveranno e le poche stenteranno a raccontare gli orrori ed i soprusi subiti, in quanto per l’ideologia confuciana, la purezza sessuale della donna ha la massima importanza.

Hana è poco più che una bambina, ha solo sedici anni ed è una haenyeo, una donna di mare. Essere haenyeo in Corea significa immergersi nelle acque scure e profonde dell’oceano alla ricerca di piccoli molluschi da rivendere al mercato del villaggio. È un lavoro riservato esclusivamente dalle donne. Le haenyeo sono donne forti e coraggiose, per nulla spaventate dalle gelide acque dell’oceano. Hana ha una sorella minore, la piccola Emi. Emi è ancora troppo piccola per le immersioni ed è in spiaggia a giocare, sotto l’occhio attento della sorella e della mamma, quando arriva un soldato giapponese a rapirla. Hana si precipita sulla riva e riesce a nascondere Emi, salvandola da un destino certo. Non riesce però a scampare al soldato e a salvare sé stessa. Viene catturata e deportata in Manciuria.

Ha inizio così la storia di due sorelle, e di un legame indissolubile.

Il racconto è a due voci. Le voci di Hana e di Emi. Sono capitoli distinti, raccontati in prima persona dalle due protagoniste, che si intersecano e si alternano in fasi anche temporali ben distinte.

Hana ci racconta in maniera commovente, forte e diretta le violenze subite dalle “confort women”. È un racconto che fa male come ogni racconto di guerra, fatto di povertà, di degrado e di malvagità dell’uomo. Emi, diventata ormai una nonnina, ci racconta di aver speso l’intera sua esistenza alla ricerca della sorella perduta. Insieme ci raccontano un amore fraterno più forte di ogni cosa, anche della guerra. Due donne forti e coraggiose.

Figlie del mare è un testo che ho amato profondamente.

L’ho adorato perché l’intera vicenda, seppur estremamente cruda è scritta con molta dolcezza. I sentimenti delle protagoniste rimangono positivi, l’animo di Hana ed Emi rimane pulito, nonostante la guerra e ciò che essa le porta a vivere. L’autrice utilizza una scrittura fluida ed accattivante che mi ha permesso di immergermi subito nella storia e di “mangiarmi” il libro in un paio di giorni. È terribilmente vero, narra di atrocità disumane, ma lo fa in una maniera sempre misurata, che non mi sono mai risultate molesti o inopportuni. In particolare ho apprezzato che l’autrice abbia alla fine regalato ad Hana sempre la libertà. Nonostante la sua condizione di deportata infatti, Hana mantiene sempre, ovviamente dentro di lei, la condizione di haenyeo, e con essa l’idea di donna del mare libera come solo il mare l’ha sempre fatta sentire. Splendide a questo proposito le descrizioni del mare e soprattutto della gente di mare, con esse ho sentito il rumore delle onde, il calore del sole e il profumo del mare.

Hana ed Emi. Entrambe vittime della guerra seppur con destini diversi.

Mi sono chiesta a fine lettura quale fosse la mia protagonista preferita tra le due. Non è stato facile scegliere, ma alla fine ho deciso che Emi è la protagonista che più mi porterò nel cuore, probabilmente per il modo dolce di raccontarci i ricordi, quel modo semplice e malinconico proprio dei nonni, che profuma sempre di dignità e di cose buone. Più andavo avanti nella storia e più avrei voluto abbracciarla forte. Sapere di avere una sorella che ha dovuto subire la condizione di deportata per salvarti deve essere una sensazione che ti imprigiona più della prigione stessa. L’ho immaginata minuta, con la pelle consumata dal tempo e dalla vita, ricurva su sé stessa per l’enorme peso che si portava dentro, o meglio i pesi, perché purtroppo la vita non le ha regalato molte gioie.

L’autrice nella nota a fine testo ci scrive: “la guerra è orribile, brutale e ingiusta, e quando finisce sono necessari scuse ufficiali, riparazioni e omaggi ai sopravvissuti, la cui storia deve essere ricordata. La Germania ha dato un esempio positivo, ammettendo le sue responsabilità, risarcendo gli ebrei per i crimini commessi dal Reich durante la seconda guerra mondiale e impeganndosi a mantenere vivo il ricordo di questa tragica pagina della loro storia. La mia speranza è che i prossimi governi continuino su questa strada. È nostro dovere informare le generazioni future sugli orribili crimini che si commettono in guerra. Non dobbiamo nasconderli o fingere che non siano mai accaduti. Per non ripetere gli errori del passato, dobbiamo ricordarli. Libri di storia, canzoni, romanzi, film e memoriali sono importantissimi per aiutarci a non dimenticare mai e allo stesso tempo per procedere lungo la strada della pace.

Credo fortemente che il libro vada letto anche in questa ottica, nell’ottica di conoscere una parte di storia per lo più sconosciuta, e con l’intento di approfondirla, condividerla e farla scoprire, perché, come ci ricorda Primo Levi, anche lui deportato, ”Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Concludo consigliandovi sicuramente Figlie del Mare al 1000%,  lasciandovi quel pizzico di curiosità riguardo il finale del libro, del tutto inaspettato e tutto da scoprire, sicura che vi conquisterà, come ha conquistato me, emozionandomi pagina dopo pagina.

Biografia Autore:

Di origini irlandesiceche e polacche, è nata a Detroit ma è cresciuta a Trenton, nel Michigan. Diplomatasi nel 1989 alla Trenton High School,[1] si iscrisse successivamente al Detroit’s College for Creative Studies e ottenne una laurea in pittura al San Francisco Art Institute. Iniziò quindi a studiare musica e recitazione.

Nel 1995 debuttò come attrice, interpretando dieci episodi della serie televisiva Mr. Show with Bob and David. In veste di chitarrista fece parte del duo musicale Girls Guitar Club. Dal 1999 al 2000 interpretò quindici episodi della serie L’atelier di Veronica, mentre al cinema fu diretta da registi quali Miloš Forman (in Man on the Moon), Todd Solondz (in Storytelling) e Paul Thomas Anderson (in Ubriaco d’amore).

Nel 2001 scrisse la sceneggiatura del cortometraggio The Girls Guitar Club, interpretando anche un ruolo come attrice. Nel 2003 entrò a far parte del cast di 24, ricevendo per la sua interpretazione due nomination agli Screen Actors Guild Awards, rispettivamente nel 2005 e nel 2007.[3] Successivamente partecipò a film indipendenti quali Mysterious Skin e Little Miss Sunshine.

È inoltre apparsa nei videoclip delle canzoni The Good Life, dei Weezer, e A Change Would Do You Good, di Sheryl Crow.[4]

La Rajskub è appassionata di arte e oltre a visitare i musei di Los Angeles, dove risiede, ha esposto alcune sue opere.[1]

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