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“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Dettagli Prodotto:

Titolo: Le otto montagne
Data uscita: 2016
Autore: Paolo Cognetti
Pagine: 199
Formato: E-Book e Cartaceo
Editore: Einaudi
Collana:
Prezzo: 9,99€ e-book / 17,57€  versione cartacea

Link d’acquisto:

Sinossi:

Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po’ scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l’orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo “chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso” ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, “la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”. Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: “Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino”. Un’eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

Recensione a cura di Deborah con l’acca:

Amabili amici, oggi vi parlo di un libro che ho decine di volte osservato ed accarezzato prima di decidermi ad iniziarne la lettura.

Ho scelto questo libro in biblioteca, in un caldissimo tardo pomeriggio di fine luglio di questa strana estate, con la voglia di leggerlo per iniziare una rinfrescante gita in montagna, scoprendo pagina dopo pagina di aver fatto un’ottima scelta.

Paolo Cognetti, l’autore, ci racconta la storia di due amici e una montagna.

Gli amici sono Pietro e Bruno e la montagna è un piccolissimo borgo, di nome Grana, arroccato ai piedi del Monte Rosa.

Pietro è il ragazzino di città. È nato a Torino, dove la madre è assistente sociale e il padre è un chimico. Ad unirli solo la montagna, per il resto sono solo due estranei che condividono lo stesso tetto. È la loro passione per i monti a portare Pietro a Grana ogni estate.

Bruno è il montanaro, biondo e abbronzatissimo. Lui la scuola non l’ha mai frequentata ed a Grana non è in vacanza, si occupa del pascolo delle vacche. Vive con una famiglia praticamente assente e l’esatto contrario dalla famiglia di Pietro.

Insieme a loro le loro rispettive famiglie. In particolare la mamma di Pietro, una donna di animo buono e semplice che ama in maniera viscerale la montagna. Per lei la montagna non vuol dire scalate o rifugi, non ama l’alta montagna, al contrario del marito. Ama quella montagna che la precede, più bassa, la montagna dolce, fatta di fiori, di alberi sempre verdi e di profumo di cose buone.

Pietro e Bruno sono due bambini diversissimi, non possono esserlo di più, talmente diversi da assomigliarsi e capirsi, come spesso capita tra fratelli.

Il perno di tutta la narrazione sarà il saldo rapporto di amicizia tra Pietro e Bruno, prima bambini, poi adolescenti ed infine adulti. Non si perderanno mai, nonostante le distanze, gli inverni separati e le scelte di vita.

La storia è di per sé molto semplice, ed è proprio la sua semplicità a renderla potente, profonda ed unica.

La montagna è la protagonista assoluta, Pietro e Bruno mi hanno portata con loro a viverla appieno. Con loro ho annusato il profumo dei pascoli e l’odore della stalla, ho assaggiato la dolcezza del latte appena munto e l’asprezza delle bacche selvatiche, mi sono graffiata i piedi sui rovi e mi sono crogiolata e riposata davanti alla piccola stufa della minuscola casa di vacanza di Pietro.

È una montagna che da e che toglie, una montagna che coccola e ferisce, fatta di primavere dolcissime e di inverni severi, la montagna come metafora della vita, con tutti i momenti belli e meno belli che ci regala.

“Le otto montagne” è un romanzo che mi ha coccolata e mi ha fatta sentire a casa.

Mi ha raccontato una montagna vera, lontana dalla montagna turistica a cui sono abituata. Una montagna fatta di cose semplici, di pasti poveri e di porte lasciate sempre aperte.

Questo libro mi ha fatto riflettere moltissimo e mi ha ricordato ancora una volta quanto sia fondamentale la comunicazione tra le persone, tra bambini, tra moglie e marito e tra genitori e figli. in questo racconto i protagonisti spesso non parlano, si affidano ai gesti, ma soprattutto alle cose non dette. Sono state proprio quest’ultime a farmi pensare molto al “cosa avrei fatto o detto io se…???”, rendendo il romanzo estremamente introspettivo, soprattutto quando è diventato, per i protagonisti, troppo tardi, e le cose non si sono più potute dire.

Cognetti ci scrive: “Bruno avrebbe odiato Milano e Milano avrebbe rovinato Bruno. Io proprio non capivo perché facessero di tutto per trasformarlo in quello che non era. Che male ci vedevano a lasciarlo pascolare le mucche per il resto della sua vita?”. Ed è proprio così, siamo certi di sapere sempre cosa sia il meglio per gli altri, spesso solo per l’uso egoistico che ne vogliamo fare. Non siamo sempre disposti ad accettare quello che per noi è il diverso, semplicemente perché siamo certi che il meglio lo stiamo già facendo.

Mi sono affezionata ai protagonisti, Bruno e Pietro, ma anche il resto dei personaggi. Grazie alle minuziose descrizioni sono riuscita ad immaginarli, non solo nell’aspetto fisico ma anche nelle espressioni. Ho visto Pietro scrutare preoccupato i monti nelle infinite scalate col padre ed ho visto un Bruno lassù, tra i pascoli d’alta montagna non scoraggiarsi mai nonostante tutto. Sono corsa incontro alla mamma di Pietro, sempre certa che l’avrei trovata lì ad aspettarmi, in alto alla scala, davanti alla porta con un piatto di zuppa fumante e il caminetto sempre acceso.

È il libro da leggere se amate la montagna, ne apprezzate il silenzio e la pace.

Vi piacerà se non potete fare a meno della natura, e se come me adorate sdraiarvi sui prati ad osservare e dare un nome ed una vita ad ogni nuvola. È perfetto se vi piace il profumo malinconico della montagna, fatto di cose antiche, di posti che appiano a prima vista abbandonati, e se adorate le giornate di pioggia. Sono sicura che questo romanzo vi farà venire voglia di preparare lo zaino ed avventurarvi, ma prima della partenza sedetevi e gustatevelo, non prima di aver preparato una tazza di tè al biancospino ed una fetta di torta alle mele, da accompagnare alla lettura.

Biografia Autore:

Paolo Cognetti ha cominciato a scrivere verso i diciotto anni. Ha studiato matematica all’Università degli Studi di Milano e letteratura statunitense da autodidatta. Abbandonati gli studi accademici, nel 1999 si è diplomato alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Nel decennio successivo si è dedicato alla realizzazione di documentari a carattere sociale, politico e letterario.

Come narratore ha esordito nel 2003 con il racconto Fare ordine, vincitore del Premio Subway-Letteratura e l’anno successivo all’interno dell’antologia La qualità dell’aria, curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo. Negli anni seguenti ha pubblicato le due raccolte di racconti Manuale per ragazze di successo (2004) finalista al Premio Bergamo,[1] e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007) e il “romanzo di racconti” Sofia si veste sempre di nero (2012), tutti usciti per minimum fax, vincitori di numerosi premi.

Dopo una serie di documentari sulla letteratura americana (Scrivere/New York, 2004) ha pubblicato nel 2010 New York è una finestra senza tende, seguito nel 2014 da Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, due guide personali alla città di New York. Nel 2015 ha inoltre curato per Einaudi l’antologia New York Stories. L’altra passione di Cognetti è la montagna, dove trascorre in solitudine alcuni mesi all’anno. Da questi eremitaggi è nato un diario, Il ragazzo selvatico, del 2013. Nel 2014 è uscito per minimum fax A pesca nelle pozze più profonde, una meditazione sull’arte di scrivere racconti.

Nel 2009 ha vinto il premio Lo Straniero, riconoscimento attribuito dalla rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi ad artisti, saggisti, operatori, iniziative culturali e sociali di particolare spessore e generosità, con la seguente motivazione: “Paolo Cognetti, milanese, è tra i giovani scrittori italiani (ha da poco superato i trent’anni) uno dei più attenti a sentire e narrare il disagio delle nuove generazioni e gli anni difficili dell’adolescenza di questi anni, di fronte a un contesto di incerta sostanza e di sicurezza precaria. È anche autore di documentari e inchieste sulla giovane letteratura statunitense, ma sono le sue raccolte di racconti ad aver convinto del suo talento e del suo rigore, e della sua moralità di scrittore vero“.[2]

L’8 novembre del 2016 è uscito per Einaudi il suo primo romanzo in senso stretto: Le otto montagne, venduto in 30 paesi ancor prima della pubblicazione,[3] con il quale si è aggiudicato il Premio Strega 2017[4], il Prix Médicis étranger, il prix François Sommer, l’English Pen Translates Award, il Premio Itas, il Premio Viadana, il Premio Leggimontagna, il Grand Prize del Banff Mountain Book Competition.[5].

Dal 2017 ha organizzato, insieme con l’associazione gli urogalli, tre edizioni (2017-2018-2019) del “Il richiamo della foresta”: festival di arte, libri e musica in montagna, intorno al terzo fine settimana di luglio, a 1800 m. s.l.m. a Estoul – Brusson, Valle d’Ayas (AO).

Nel 2018 esce per Einaudi Senza mai arrivare in cima, racconto di viaggio basato sulla sua esperienza nelle montagne dell’Himalaya.

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