“L’inverno di Giona” di Filippo Tapparelli

Dettagli Prodotto:

  • Copertina rigida: 190 pagine
  • Editore: Mondadori (26 febbraio 2019)
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8804708077
  • ISBN-13: 978-8804708070

Link d’acquisto:

L’inverno di Giona https://www.amazon.it/dp/B07N2K968Z/ref=cm_sw_r_cp_apa_i_QYirDbV35401J

Recensione a cura di Jennifer Gaspari:

Era il 12 aprile 2019 quando ebbi la fortuna di conoscere Filippo Tapparelli, autore de “L’inverno di Giona”. Mi invitarono alla presentazione che avrebbe tenuto proprio nel paesino dove vivo. Devo dire la verità, avevo sentito nominare il libro, ma non lo conoscevo, così decisi di andare. Scoprii solo quella sera che avevo davanti il vincitore del “Premio Calvino 2018”… che emozione!! La serata fu incantevole e molto divertente, ebbi modo di sentire e vedere il lato ironico dell’autore, molto simpatico, scherzoso ed allegro. Venne letto qualche estratto del libro e riuscii un po’ ad intuire che di quello che avevo visto di Filippo quella sera, non ne avrei trovato molto nel suo romanzo, anzi… ma mai mi sarei aspettata un libro così introspettivo!!

Vorrei iniziare con il riportare la motivazione per la quale “L’inverno di Giona” ha strameritato il “Premio Calvino”:

“La Giuria ha deciso di assegnare il Premio a L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli «per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento.» “

Quando inizi un romanzo così, entri in un altro mondo, entri in una realtà fatta di parole melodiosamente e significativamente affiancate per rapire, per affascinare, per incantare. “L’inverno di Giona” è uno dei libri più elegantemente scritti che abbia mai avuto tra le mani, uno dei più introspettivi, uno dei più psicologici. La forza del romanzo sta in ogni singola parola. Ognuna studiata, ognuna ponderata e soppesata per ricreare i personaggi e un paesaggio che diventa esso stesso uno dei protagonisti. In ogni istante del libro, la mia mente si è posta la domanda di quanta ricerca, quanto lavoro ci potesse essere dietro un romanzo che rinchiude in sé solo frasi significative. Nulla di lasciato al caso, nessuna parola scritta fuori posto, ogni termine soppesato ad arte per ricreare ambientazioni e situazioni “parlanti“. Questo non è un romanzo che si legge, è un romanzo che si vede, che si vive. Le minuziose descrizioni che Tapparelli sviscera tra le pagine, sono talmente realistiche, talmente autentiche e precise da farci riuscire a vedere ogni istante del libro. In questo racconto entrerete in un Paese vivo, per quanto sia assolutamente spoglio di vite; ne annuserete gli odori, per quanto siano racchiusi nella roccia; ne scruterete i colori nonostante il paesaggio freddo e stinto; ne avvertirete i suoni e le voci sebbene regni l’immobilità e il silenzio. Ogni frase di questo romanzo racchiude in sé una sensazione, un’impressione. Ognuna vi trasmetterà un turbamento, una meraviglia. Avrete l’impressione di vivere qualche cosa di fuori dal mondo, oppure di esserne coscientemente nel profondo intimo. Lotterete costantemente con il vostro lato più interiore, per riuscire a estrapolare i messaggi racchiusi in ogni passo, e vi assicuro che ce ne  sono tantissimi.

Ora però vorrei dirvi a grandi linee di cosa parla il romanzo, che è poi la parte più complicata da spiegare. Vorrei usare le parole che ha usato la giuria del “Premio Calvino“, che sono certamente più incisive delle mie:

“È un mondo sidereo, gelido quello in cui vediamo muoversi il ragazzo Giona, un mondo dominato da un vecchio potente e spietatamente rigoroso nelle sue consegne, Alvise, il nonno, che sembra concentrare in sé un universo simbolico maschile privo di debolezze: è una voce che impartisce comandi, “priva di colore” (p. 4). L’ambiente di montagna è di povertà estrema, gli oggetti e il cibo sono essenziali: un acquaio, qualche seggiola, una stufa, un tavolo, un piatto, un bicchiere, le posate, una brocca, un pane, una fetta di formaggio. La scarsità regna sovrana. Giona possiede un solo maglione rosso e quando il nonno per una disobbedienza gli ordina di bruciarlo o di lasciare la casa privo di indumenti, per l’ingiustizia patita inizia a covare un’incerta ribellione, in un sofferto dialogo con la “voce” che parla dentro di lui. “

Parlare della “trama” del romanzo è davvero, perlomeno per me, difficile, in quanto nella mia mente le vere protagoniste de “L’inverno di Giona” sono le parole, le metafore, le immagini che Tapparelli crea continuamente nella nostra testa, le similitudine che ci portano a vedere Giona col suo maglione rosso terrorizzato da Alvise, o Norina che, affiancata dal gatto Carbone, cerca di svelare le verità nascoste del paese, oppure la montagna che si erge spaventosa sopra di noi, ma che trema e ci incute paura e soggezione. Le parole che l’autore sembra plasmare con una maestria segreta, quasi temibile… loro formano il romanzo, loro lo creano, loro sono il mondo in cui Giona, il protagonista, si ripara e nasconde, si rifugia e mimetizza. Io sono assolutamente sedotta dal linguaggio usato da Filippo nel suo capolavoro. Devo dire che erano anni che non incontravo uno stile di scrittura così forte e penetrante, sofisticato ed icastico. Ci ho messo molto tempo per leggerlo, perché ogni frase rapiva la mia mente e la trasportava in un universo di immagini create ad arte, in una montagna di domande e misteri incompresi, in un paese pregno di sensazioni agghiaccianti ed evocative. Un libro pesato, ponderato, pensato, significativo.

La sensazione che avrete, sarà quella di essere inghiottiti da una grande, maestosa, avvolgente allucinazione, di essere nel bel mezzo di qualcosa di assolutamente irreale. Ogni tanto, ad intervallare una narrazione astratta ma concretamente vivida, verrete proiettati in un ricordo del protagonista, che parrà quasi più irreale del mondo chimerico in cui si svolge il racconto. Sarete trasportati in una “realtà” quasi sferica, di cui non riuscirete a mettere a fuoco il contorno, e le domande si ammasseranno senza sosta… fino… fino a quando l’autore ci svelerà tutto, o quasi.

Il reale e l’irreale sono talmente e genialmente separati in questo romanzo, da farci sospettare che il taglio netto sia quasi una menzogna, quasi una disgiunzione creata ad hoc per gettarci in un nuovo interrogativo che, alla fine, forse… Chissà!!

Una cosa ci tengo a dire: il livello di questo romanzo è davvero altissimo, un linguaggio che sembra quasi essersi messo al servizio dell’autore; che sembra aver inventato un nuovo modo di descrivere; un lessico insolito, inusitato; una scrittura materica e sensazionale che regna su una costruzione narrativa originale e ricca di tutto quel “visivo” ed emozionale che vi terrà incollati alle ricercate pagine del libro.

Che altro dire? ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE!!! Forse non una lettura “da ombrellone” per la sua complessità, ma da affrontare con una fame di proiezioni oniriche e visioni emozionali, con la brama “che dilata i sensi in un circolo virtuoso e coinvolgente.”

UN LIBRO POTENTE E SCONVOLGENTE CHE VI INGHIOTTIRA’!

Buona Amabile Lettura

Premio Calvino:

Il Premio Italo Calvino è stato fondato a Torino nel 1985, poco dopo la morte di Italo Calvino, per iniziativa di un gruppo di estimatori e di amici dello scrittore, tra cui Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Cesare Segre, Massimo Mila. Ideatrice del Premio e sua animatrice e Presidente fino al 2010 è stata Delia Frigessi, studiosa della cultura italiana tra Ottocento e Novecento. Il Premio, giunto alla sua trentunesima edizione, segnala e premia opere prime inedite di narrativa.

Sinossi:

“Io non temo il buio, anzi. Nel buio più profondo anche la paura procede a tentoni e io, invece, ho imparato a vederci.”

“Non ti ho mai conosciuto davvero, padre. Uomo sparito, fantasma di un fantasma. Hai carne di vento, pelle di nebbia. Non ti riconosco eppure sei me centomila volte al giorno.” Siamo su una montagna ostile, fa molto freddo. Giona non ha ricordi. Ha poco più di quattordici anni e vive in un villaggio aspro e desolato insieme al nonno Alvise. Il vecchio, spietato e rigoroso, è l’uomo domina il paese e impone al ragazzo compiti apparentemente assurdi e punizioni mortificanti. In possesso unicamente di un logoro maglione rosso, Giona esegue con angosciata meticolosità gli ordini del vecchio, sempre gli stessi gesti, fino a quando, un giorno, non riesce a scappare.

La fuga si rivelerà per lui un’inesorabile caduta agli inferi, inframmezzata da ricordi della sua famiglia, che sembrano appartenere a una vita precedente, e da apparizioni stravolte.

In un clima di allucinata sospensione temporale, il paese è in procinto di crollare su se stesso e la terra sembra sprofondare pian piano sotto i piedi del ragazzo. La verità è quella che appare?

Solo un decisivo cambio di passo consentirà al lettore di raggiungere la svolta finale e comprendere davvero che cos’è l’inverno di Giona.

Filippo Tapparelli, qui al suo esordio letterario, ha scritto un giallo onirico lontano da virtuosismi stilistici e intriso di atmosfere di perturbante ambiguità, descritte con una potenza evocativa straordinaria.

Biografia Autore:

Filippo Tapparelli (Verona, 1974) lavora in un’azienda veronese. In passato è stato istruttore di scherma, pilota di parapendio e artista di strada. Ha studiato letteratura inglese e russa all’università. Questo è il suo primo romanzo. Vincitore del “Premio Calvino” 2018.

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